La storia

Parrocchia di Magnago

Nato a Magnago 50 anni fa per opera di due magnaghesi

Lorenza, sul numero di Settembre 2022 di “la Vela” nella rubrica Cultura, Libri e Icone, inizia l’articolo con: “O San Michele principe, guerriero vittorioso, noi uomini difendi dal demone insidioso”… Continua Lorenza: “Queste sono le parole della prima strofa del canto tradizionale dedicato a san Michele che viene cantato nelle messe della festa patronale di Magnago”. Poi alla fine dell’articolo sulla figura di San Michele Arcangelo: “Con gli Angeli, Signore, uniamo il nostro canto, per benedirti sempre e proclamarti Santo”.

Magnago, 1965. Sergio Cortese all’organo, con il parroco don Mario Corti e il coro parrocchiale.

Questo Canto lo sentivo da giovane e, pur non conoscendone le origini, mi è sempre piaciuto, perché oltre ad essere un canto di Lode è una Preghiera, affinchè il nostro Santo Patrono vegli su di noi. L’articolo scritto da Lorenza mi ha stimolato a cercare notizie riguardanti la nascita di questo Inno a San Michele, tanto amato dai parrocchiani di Magnago, perché da sempre in paese si raccontava che fosse stato composto da due magnaghesi. Questa è la cronistoria.

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Parrocchia di Magnago

65 anni fa moriva don Francesco Checchi

Don Francesco Checchi il giorno della sua Prima Messa, Gallarate 1° giugno 1899

Parroco a Magnago dal 1913 al 1957

65 anni fa, il 6 agosto 1957, moriva don Francesco Checchi parroco a Magnago per 44 anni.

Ormai solo i magnaghesi più anziani hanno un ricordo ma don Checchi è entrato a far parte della Storia di Magnago, ed è giusto ricordarlo in questa ricorrenza.

Don Francesco Checchi nacque a Gallarate il 24 settembre 1875 da una famiglia di industriali cotonieri, Giacomo Checchi e Giuseppina Prevosti. A 12 anni entra nel Seminario di S. Pietro, a Monza, e poi a Milano. Consacrato sacerdote il 28 maggio 1899, fu inviato ad Arnate, a Giubbiano, e poi a Carnago, dove rimase 12 anni e si fece apprezzare per le sue doti pastorali. Egli sentiva il desiderio di essere lui stesso pastore e guida spirituale di una parrocchia interamente affidata alle sue cure, fu così che si propose per diventare parroco. Fece il suo ingresso a Magnago domenica 1° giugno 1913.

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La måchina da båti

La trebbiatura del grano a Magnago

Trebbiatura a mano, la “battitura”

Agli inizi del ‘900 operava a Magnago una macchina trebbiatrice (“la måchina da båti”) privata, di proprietà della famiglia Storma. Usufruire della trebbiatrice privata comportava una spesa individuale, anche se moderata: allora i contadini s’ingegnavano a battere il grano nei propri cortili. La trebbiatura manuale era un vero e proprio rituale, una festa, con le sue regole, i suoi tempi, i suoi canti. Si iniziava la mattina presto, e il giorno era scandito dal duro lavoro e da brevi soste di ristoro: ogni tanto una donna con un vassoio girava in mezzo a polvere e rumore offrendo biscotti fatti in casa, vino o acqua. Si tagliava il grano (ul furméntu) con la falce (ul fèr da prå), si raccoglieva in fasci e si legavano più spighe insieme per formare i covoni, che poi si stendevano a cerchio sull’aia, quindi si trebbiava facendovi passare sopra buoi o muli bendati, in un continuo movimento circolare, perché con gli zoccoli facessero uscire i chicchi di grano dalla spiga, governati da un uomo piazzato al centro, sino alla conclusione dell’operazione. Questo lavoro comportava anche una notevole perdita del prodotto. Erano anche gli stessi uomini, che facevano quel lavoro, sebbene con maggiore fatica, con dei bastoni snodati (batúria) con i quali percuotevano le spighe. Per questo motivo l’operazione prendeva il nome di “battitura”. C’era anche il rito della raccolta del granoturco, pannocchia per pannocchia (la lòa). Le operazioni di scartocciamento (disluå) e di sgranatura (sgranå) si svolgevano nei cortili, con il risultato di ottenere l’integrale pulitura del tutolo (mursòun) dai chicchi che cadevano direttamente nello staio di raccolta.

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Parrocchia di Magnago

San Michele Arcangelo in Magnago: l’ampliamento del 1852

Acquistato, il 27 ottobre 1847, il terreno per l’ampliamento della chiesa potevano iniziare i lavori, ma la difficoltà nel reperire fondi e la morte del parroco Pietro Robecchi, avvenuta l’8 febbraio 1847, fermò tutto. Nella primavera dello stesso anno fu designato parroco di Magnago don Domenico Stabilini, il quale si dimostrò subito una persona attiva e determinata.

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Parrocchia di Bienate

San Bartolomeo in Bienate: il nuovo secolo

Facciata della vecchia chiesa di S. Bartolomeo di Bienate. Disegnata a memoria da un bienatese.

Don Luigi Annoni fu un assiduo e attento redattore del Liber Cronicon, sul quale riportò numerose notizie parrocchiali e civili. Contribuì all’emancipazione dei suoi parrocchiani. Si interessò delle rivendicazioni dei contadini nei confronti dei fittavoli, e degli operai nei confronti dei padroni degli stabilimenti. A Bienate in quegli anni iniziava la trasformazione del lavoro agricolo e nascevano le prime fabbriche, l’alternativa al lavoro nei campi.

Nel 1898 inizia la costruzione di “un stabilimento meccanico” (tessitura). Lo stabilimento viene benedetto dal parroco e aperto ufficialmente nel 1899.

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Parrocchia di Magnago

San Michele Arcangelo in Magnago: il Settecento

I primi anni del 1700 segnano una svolta nella storia della Chiesa Parrocchiale, infatti da allora non si parla più di chiesa ristrutturata, ma di una nuova chiesa.

In un documento, redatto durante una visita pastorale, intitolato “Pro Ecclesia Parochiali S.ti Michaelis loci Magnaghi”, si legge tra l’altro: “…la chiesa è piccola, incapace di contenere tutto il popolo e si ha fiducia nell’operosità del Vs. Parroco Camillo Besana che ha fatto molte cose, e abbiamo visto i disegni per la nuova chiesa parrocchiale, con il materiale già predisposto per la costruzione… da questo momento diamo mandato al Vs. Parroco affinché si dia da fare per il detto edificio oltremodo necessario, vista la poca capienza dell’antica chiesa parrocchiale…”.

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Parrocchia di Bienate

San Bartolomeo in Bienate: dalle origini al 1900

La chiesa parrocchiale di San Bartolomeo, che oggi vediamo, non è quella di cui troviamo cenni sui documenti antichi. Goffredo da Bussero nel suo Liber Notitiae Sanctorum Mediolani, del 1289, ci dice che “in plebe Dairago loco Magniago” vi sono le chiese di San Michele, di San Martino, di Santa Maria e di Santo Stefano. Non è citata la chiesa di San Bartolomeo, segno che a quella data la chiesa non esisteva ancora.

Le prime notizie trovate sull’antica parrocchiale di San Bartolomeo risalgono al 1328.

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Le nostre origini

1580 circa. La parrocchia di Magnago con le chiese di Bienate, Vanzaghello, S.Antonino, Tornavento, Tinella. In alto indicata dalla mano la Capopieve Dairago.

Le parrocchie di Magnago e Bienate sono in cammino verso la Comunità Pastorale.

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La nostra storia: memoria, gratitudine e responsabilità

Iniziamo un lungo e appassionante percorso alla scoperta della storia delle nostre parrocchie

Si può essere o meno appassionati di storia (io, personalmente, lo sono!), è comunque importante conoscere da dove veniamo: iniziamo così il nostro viaggio nel tempo alla scoperta delle origini delle nostre Parrocchie, espressione della fede cattolica nel nostro territorio, con uno sguardo attento ad ogni passaggio e ad ogni epoca (dalla costruzione dei primi luoghi dove si manifesta la devozione popolare, come edicole, oratori, croci, cappelle… fino all’insediamento di una comunità stabile di credenti e alla relativa costruzione di una chiesa che poi diventerà parrocchia).

Le nostre parrocchie letteralmente sono “chiese tra le case”: è il radunarsi nel nome di Gesù riconosciuto come Messia, Figlio di Dio Salvatore. Le varie epoche ci indicheranno come questa trasmissione della fede ininterrotta si è “organizzata” nel nostro territorio per rispondere al desiderio e alla necessità del popolo di manifestare in maniera comunitaria nella vita di tutti i giorni la stessa fede; la Chiesa si è sempre “riformata” per rispondere all’esigenza di annunciare il Vangelo e di testimoniarlo nella concretezza della vita di un territorio: lo sappiamo bene noi che abbiamo iniziato il cammino della Comunità Pastorale.

Il “lavoro” dello storico, fede e appassionato, è quello di accompagnarci volgendo il nostro sguardo a ciò che è stato per imparare a camminare nel nostro tempo con un senso di gratitudine e di responsabilità: gratitudine per quanto ricevuto, responsabilità per quanto a nostra volta consegneremo alla storia futura della fede nel nostro paese.

Don Alessandro