25 marzo, scuola media di Trescore Balneario: uno studente di 13 anni ferisce gravemente la sua docente di francese, Chiara Mocchi, con un coltello. Aveva preparato tutto per ucciderla: tra le mani il coltello, sulla maglietta la scritta “vendetta”, al collo il cellulare per filmare l’aggressione. Perché? A chi ha dato ascolto? Quali esperienze, quali pensieri hanno fatto nascere e crescere in lui una decisione così terribile? In una lunga lettera il ragazzo confessa di non avere avuto il coraggio di uccidere il padre, di non sopportare più di vivere una vita banale, di voler infrangere le regole, di essere vittima di ingiustizie, in particolare quelle ricevute dalla professoressa di francese. Tutte considerazioni che nascondono un profondo disagio, un io imprigionato nel proprio modo di sentire, irrigidito sulle proprie posizioni e impegnato a farsi giustizia da solo. In una sua canzone, “La vita pensata”, Brunori Sas dice: “La vita va vissuta e invece io la penso. (…) Me lo dicevi sempre: la vita è una prigione che vedi solo tu, la vita è una catena che chiudi a chiave tu.” Fare il male è una possibilità per ciascuno: non possiamo scagliare alcuna pietra e neppure possiamo cercare ragioni per giustificare il male. Siamo fatti per la gioia e non la riconosciamo quando ci viene incontro, per la bellezza e non la vediamo, perché non è come ce l’aspettavamo, per la pace e cerchiamo di prevalere l’uno sull’altro. Distratti da tante cose, ci viene incontro l’Amore crocifisso e lo rifiutiamo. Riempiamo la nostra sete di infinito con piccole soddisfazioni, mascherando il vuoto che sentiamo appena qualcosa ci turba. In questa situazione siamo tentati di pensare che sia un problema di sicurezza, ci chiudiamo, presi dalla paura che l’altro possa farci del male. Quando cominciamo a chiedere che Qualcuno ci liberi dal male, che qualcuno venga ad aprire la nostra prigione, ecco, questo è l’inizio di un cammino. La professoressa colpita, dal letto di ospedale, ha scritto: “Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte”. Nella sua lettera si intravede il cammino che ci aspetta, di offrire ai giovani e a chi ci incontra, la possibilità di aprire il cuore al bene e alla speranza. Un compito a cui i credenti sono chiamati, ma che sembra impossibile. È vero, con le nostre sole forze non possiamo costruire luoghi dove ci si senta accolti, dove sia possibile incontrare il senso della vita. Tuttavia è un compito in cui non siamo soli: attraverso la compagnia della Chiesa risuona la promessa che Cristo risorto ci ha fatto: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.”
Costruttori di pace in un mondo in guerra
Testimonianza di Padre Ibrahim Alsabagh, Padre francescano della Custodia di Terra Santa.
Martedì 5 maggio
- Ore 16.00 in Oratorio Magnago con gli Amici di una certa Età
- Ore 21.00 dopo la recita del Rosario in Chiesa a Bienate
