Facciamo la conoscenza di chi ha animato la testimonianza di quest’ottobre missionario (per chi non c’era).
Dopo dieci anni in Cambogia, padre Giovanni Tulino è stato richiamato in Italia per ricoprire il ruolo di economo generale: «Vorrei dedicarmi a questo servizio da prete, non da tecnico: anche questo mondo è una realtà da evangelizzare». Oggi è l’economo generale del Pime a Milano. Eppure, per padre Giovanni, missionario, 44 anni, originario di Nola (NA), non è uno sdoppiamento di personalità. «La proposta è arrivata in un momento della mia vita di uomo e di missionario. Stavo creando relazioni, progetti, sogni… La richiesta di tornare in Italia e di occuparmi di una questione apparentemente “arida” ha toccato le corde più intime del mio essere».
Non fa poi così tanta differenza – ma un po’ sì – se questi incontri o queste relazioni avvengono in un villaggio cambogiano con un unico cristiano e una prima Messa da celebrare o negli uffici del Pime. «Sono tornato in Italia dopo aver vissuto la missione in Cambogia, qui quasi nessuno conosce Gesù, neppure lo ha mai sentito nominare, ma proprio lì c’è spazio per la testimonianza e la condivisione a partire dalla gratuità, che è la chiave per entrare nel cuore del popolo cambogiano».
Padre Tulino racconta volentieri la storia di quell’unico cristiano che “ha conosciuto Gesù”. Si è innamorato di quella testimonianza nella gratuità e oggi, a Tropeang Rung, è lui stesso che ha fatto partire tante attività tra scuola, catechismo e altre iniziative. E un bel gruppo di catecumeni sta ora camminando per capire cosa il Signore può dare alle loro vite. Padre Giovanni continua a seguire le sue comunità anche a distanza. Questo pone la questione del senso di una presenza missionaria che resta essenziale in una Chiesa ancora così giovane e con così poco personale. «Gli istituti missionari presenti in Cambogia, compreso il Pime – riflette padre Giovanni – sono chiamati a lasciare qualcosa del proprio carisma e a confrontarlo con i carismi degli altri. La Cambogia è come la Chiesa alle origini, un luogo in cui il Vangelo non è mai stato annunciato, dove veramente Gesù non è conosciuto». Quando un cambogiano sperimenta la gratuità del nostro Dio che accoglie, ama e perdona senza chiedere nulla in cambio c’è una meraviglia che apre molte porte anche se poi è difficile capire un Dio che muore in croce, un Dio diventato uomo che si è fatto ammazzare. È qualcosa di inconcepibile. Ma chi riesce a capire che dietro quel segno, dietro quella croce, c’è una donazione totale, viene colpito in profondità. Padre Giovanni si è trovato a condividere con uomini e donne di origini e culture molto diverse: italiani, indiani, africani, coreani, vietnamiti, birmani, francesi, colombiani, argentini, giapponesi, filippini, spagnoli, malesi: una dimensione internazionale particolarmente interessante perché ha il respiro di una Chiesa veramente universale. Sono i tre binari su cui si è sviluppata la missione di padre Giovanni in Cambogia e su cui intende proseguire il suo servizio anche qui in Italia. «Fare l’economo non può essere un’esperienza arida se la vivi come missionario – dice -. Vorrei fare l’economo pensando che anche il mondo dell’economia può essere una realtà da evangelizzare. Occorre però partire dalla spiritualità per interrogarci sui nostri stili di vita o sui progetti che portiamo avanti qui e in missione per capire se corrispondono veramente al carisma dell’Istituto».
«Sento che questo è il posto dove il Signore mi chiede di essere oggi, pur con la preoccupazione di affrontare qualcosa di completamente nuovo e diverso. Tuttavia non sono angosciato. Penso che se sei vero e trasparente in quello per cui sei stato chiamato non potrà che andare bene».

