Oratorio: una storia che genera futuro

di Vittoria e Lorena

Le parrocchie della nostra diocesi sono chiamate, tramite il Consiglio Pastorale, ad analizzare le strutture immobiliari di proprietà, il loro uso attuale e immaginarne l’ipotetico per il futuro. L’oratorio occupa un posto rilevante nella nostra comunità con i due imponenti edifici di Bienate e di Magnago e, per incominciare, siamo stati tutti invitati a partecipare ad un incontro con Don Stefano Guidi, direttore della FOM, per ripensare il suo scopo e il suo significato.

Dopo una carrellata storica sull’oratorio ambrosiano partita da San Carlo ispirato da San Filippo Neri, che nasce per rispondere ai grandi bisogni spirituali oltre che concreti dei ragazzi, arriviamo, tra Ottocento e Novecento, a quando l’oratorio diventa parrocchiale nel senso moderno del termine: una casa educativa stabile capace di rispondere alle nuove sfide sociali. Si sperimentano strumenti e metodi innovativi: il progetto educativo, l’attenzione ai bisogni giovanili, la cura del corpo attraverso la ginnastica e lo sport. Il tutto per tutti, ricchi e poveri. E non corrispondeva alla normalità dei tempi!

Oggi siamo chiamati a confrontarci con questa eredità preziosa in un contesto profondamente diverso. Le trasformazioni culturali, le fragilità generazionali, la crisi delle vocazioni e l’incertezza degli adulti interpellano il modello tradizionale dell’oratorio. Ma il cuore della proposta resta valido: un cammino che annuncia il Vangelo attraverso sei dimensioni— pasquale, affettiva, intellettuale, di prossimità, itinerante e formativa — per accompagnare i giovani nella crescita integrale.

La finalità dell’oratorio non è proporre attività, ma generare relazioni, creando le condizioni per un incontro autentico tra comunità e ragazzi. La proposta è tale solo se raggiunge un destinatario reale, entrando nel suo mondo e chiedendo ospitalità nel suo vissuto. Per questo la comunità deve superare paura di sbagliare e inerzia, due freni che spesso paralizzano ogni rinnovamento.

Adolescenti e giovani oggi vivono percorsi frammentati, segnati dal primato dell’individuale e dalla povertà relazionale. L’oratorio può ancora essere ponte, ma solo se diventa strumento che permette alla Chiesa di abitare i loro linguaggi, i loro tempi, le loro domande.

Di fronte a strutture spesso sproporzionate rispetto alle forze e ai bisogni attuali, emerge la necessità di ripensare forme e priorità, senza nostalgia né riduzionismi identitari. Il compito urgente è costruire una “equipe dell’anima”: adulti capaci di collaborare, animati dal desiderio di servire il bene comune dei giovani.

Le domande restano aperte: chi vogliamo essere per loro? Quale proposta intendiamo offrire? Con quali strumenti e con quale disponibilità al cambiamento? L’oratorio, ieri come oggi, chiede soprattutto questo: coraggio di verità e creatività evangelica.