Papa Francesco “… non dobbiamo vivere la vita dal balcone”.
Accidia è una parola antica che spesso è scambiata per sinonimo di pigrizia. Invece la pigrizia, l’indolenza, l’inoperosità sono conseguenze di questo male. La radice è dal greco: “mancanza di cura” quindi, mancanza di gusto per la vita, apatia, svuotamento di ogni passione. L’accidioso riduce la vita al minimo indispensabile alla sopravvivenza; spreca il tempo ed è spettatore della vita, non protagonista della propria libertà, non parte integrante della storia dell’uomo. Un’altra faccia, anche paradossale, della stessa medaglia dell’accidia è quella di chi è preda dell’ideologia dell’attività: l’iper-attivismo. Questo è di chi deve riempirsi la vita di miliardi di cose da fare, risultando così della stessa natura dell’indolente- accidioso: concentrato su sé stesso, non si decentra, non ha alcuna relazione, denota un senso di vuoto, perché trascina tutto con estrema pesantezza, senza interesse, piacere, gioia, creatività.
Sarebbe un’edificante prospettiva umana cambiare coscienza e riprendersi la dimensione dell’“I CARE”, mi prendo cura, della dimensione della CREATURALITA’ soprattutto, ossia sentirsi creature del Creatore che sempre opera amorevolmente, per ciascuno, indistintamente. Per di più la società di oggi fa i conti anche con tendenze come non essere presenti al presente, non avere o non accettare punti di vista, sentirsi autosufficienti quindi non sentire il bisogno degli altri, esaltare solo il proprio ego, ecc., tutte forme di superbia, vizio principalmente legato all’accidia, che segnalano la non operosità verso il bene, per esempio verso la pace, senza pensare che invece il Creatore opera per ciascuno. “L ‘accidia è una delle porte per una vita di tristezza.”, continua il Papa, “Chi ne cade vittima è schiacciato dal desiderio di morte “anticipata” perché è paralizzato, prova disgusto per la gioia, non ha motivi per cui gioire in quanto non ha mete da perseguire; vede con le lenti dell’indifferenza tutto quello che accade; è privo dello spirito di amore e di sacrificio per rendere la vita un “capolavoro”; ha perso di vista la bellezza del cammino e dell’obiettivo di somma bellezza, il Paradiso. Il rapporto con Dio e le preghiere, per l’accidioso sono noiosi; ogni “scalata” risulta inutile perché non è imbevuta di alcun significato. La distrazione, il non pensare e il non assumersi alcuna responsabilità appaiono come uniche vie di uscita. L’accidioso è preda solo dello stordimento ed ha come unico desiderio avere la mente vuota. Talvolta anche l’euforia incontrollata, immotivata e a tutti i costi di una persona, ci confonde, ci fa credere che l’altro sia felice, invece dentro si sente rotto e vuoto. L’accidioso è come quello della parabola dei talenti: colui che affossa il suo talento, come un morto, è colui che rifiuta la vita e di mettere in gioco il suo talento per vivere. Possiamo “scalare la montagna della vita” coi suoi inciampi e le sue fatiche usando un gancio sempre a disposizione: DIO. Dio mette nell’accidioso la speranza di una bella virtù: LA PERSEVERANZA. Dio viene in soccorso e dispone l’aiuto necessario, per rimanere agganciato alla vita; per ottenere la volontà di non fuggire e resistere alle prove della vita. Si esce dall’accidia urlando aiuto, anche con una abbondante dose di umiltà, a Qualcuno che toglie dalla trappola.”
L’accidia non ci tocca se…
- si ha un motivo per vivere;
- non si fugge di fronte ai problemi e ci si aggrappa a chi Dio ci mette vicino,
- quella persona giusta, come Gesù, affinché ci aiuti a fare le scelte;
- ci si affida alla PROVVIDENZA ricordando che la vita non dipende solo da noi stessi: Dio ci aiuta a vivere il presente, sopportando qualche pena e accogliendo chi ci può venire in soccorso;
- ci si impegna con volontà a farsi carico delle responsabilità, per poter cambiare;
- ci si apre alla grazia di Dio. Come ha detto Sant’Agostino, dopo un cammino interiore di preghiera e di lettura del Vangelo: “Signore le tue cose belle mi attraversavano, ma io, brutto come mi sentivo, le buttavo e le rovinavo”. Con la preghiera e il dialogo con Dio si è riconciliato col mondo ed ha vissuto la bellezza della vita.
Facciamo questo esercizio: sostituiamo le parole “negative” di questo versetto di San Giovanni Cassiano con parole “belle”. Potremmo ripeterle in quel momento di intorpidimento che ci travolge per cominciare a recuperare la forza della risalita.
“Accade che siamo pieni di angoscia improvvisa, ci sentiamo oppressi da una tristezza che è senza nessun motivo” (quando ci si sente visitati da una certa felicità, avviluppati dal fascino di una meta, quello è Dio)