Tesori da riscoprire: opere d’arte nelle nostre Chiese

di Antonio

Nelle nostre chiese di Magnago e Bienate ci sono una serie di “Tesori da Riscoprire”.

Tesori… non intesi come Tesori dei quali non si può sapere nulla, occultati, nascosti, ma opere d’arte che magari vediamo tutti i giorni, ma delle quali non sappiamo l’origine, il pregio storico e artistico, e non ci rendiamo conto della qualità e del grande Valore che ci trasmettono. Dipinti, affreschi, altari, statue, Tesori dei quali abbiamo il dovere etico e morale di conservare e tramandare alle future generazioni.

San Giacinto guarisce due gemelli ciechi

Camillo Procaccini, 1615 circa
Magnago, Chiesa di San Michele Arcangelo

La grande tela è in buone condizioni generali e conserva probabilmente anche la cornice originale. Come risulta dall’esame visivo, l’opera spetta senza dubbio a Camillo Procaccini (Bologna, 1555 circa – Milano 1629).

L’identificazione dell’autore permette di fare un’ipotesi riguardo alla provenienza del dipinto e di chiarirne il soggetto. Varie guide milanesi fra il ’600 e ’700 ricordano alcune tele del Procaccini che si trovavano nella chiesa milanese di S. Maria della Vettabbia. Uno di questi dipinti raffigurava il miracolo della guarigione di due bambini ciechi ad opera di San Giacinto. La tela del Procaccini era considerata perduta e invece riappare qui.

Date l’identità del pittore e la presenza sulla tela di Magnago di due bambini chiaramente ciechi e di vari Domenicani (uno dei quali con l’aureola), l’identificazione è certa. Nato in Polonia nel XIII secolo, Giacinto Odrowac entrò nell’Ordine dei Domenicani nel 1220 e fu attivo, oltre che in patria, in Boemia e a Kiev. Morì a Cracovia nel 1257. Nella sua terra d’origine fu oggetto di venerazione, ed il processo di canonizzazione si aprì già pochi anni dopo la morte, però si concluse, soltanto nel 1594. Negli anni successivi San Giacinto fu spesso raffigurato da diversi pittori. Tornando al dipinto, giova ricordare che la chiesa della Vettabbia fu profondamente rinnovata a partire dal 1595 fino al 1620, a ridosso della canonizzazione di Giacinto di Polonia.

Il dipinto, per le sue grandi dimensioni, si può pensare destinato a fungere da pala di un nuovo altare o comunque ad occupare una posizione eminente in una cappella. Il livello della pittura riscattata dal bel paesaggio di fondo, dove alcuni edifici turriti stanno ad evocare l’ambientazione polacca, non può far dubitare della autografia dell’opera. Più difficile fornire un’indicazione precisa sulla data di esecuzione, visti anche i suoi frequenti recuperi di figure o soluzioni già utilizzate in altre opere. Il dipinto, della maturità piena e dai toni abbastanza pacati, dovrebbe comunque risalire agli anni compresi fra il 1615 e il 1625 circa. Il recupero a Magnago di una notevole testimonianza artistica non è affatto un caso isolato e sottolinea fra l’altro l’utilità di riscoprire, conoscere e ammirare questi “Tesori da Riscoprire”.

San Francesco stigmatizzato

Camillo Procaccini,1610 circa
Bienate, Chiesa di San Bartolomeo

La bella tela, che si conserva nella parrocchiale di Bienate, risale senza dubbio alla prima metà del XVII seco­lo. L’opera riproduce il tema seguendo una tradizione iconografica al tempo ormai consolidata: il Santo è inginocchiato in adorazione, le braccia aperte, lo sguardo rivolto verso uno squarcio di cielo intensamente luminoso fra nubi grigie, dal quale si dipartono i raggi rossi che lo raggiungono al petto e alle mani. Fronde di alberi e rocce affilate creano un’ambientazione selvaggia, aperta su lontananze azzurrine, mentre, un po’ discosto e quasi ignaro di ciò che sta accadendo, fra Leone appare assorto nella lettura.

La tela è nel complesso in buone condizioni.

La superficie è ossidata e offuscata dal tempo, ma conserva ancora tutta la materia pittorica e la cromia originale. In questo caso, come per la grande tela di Magnago dedicata a san Giacinto, l’esame visivo rivela che si tratta di un’opera importante di Camillo Procaccini fin qui sfuggita, a quanto pare, agli studiosi e agli appassionati d’arte. Tipologia facciale del Santo, posa, descrizione del paesaggio, tutti gli elementi concordano nel sostenere l’attribuzione, anche dal confronto con altre opere del pittore di soggetto identico o simi­le (soltanto il viso di fra Leone si discosta dai riconoscibili e spesso ripetitivi tipi procaccineschi). In particolare, il San Francesco stigmatizzato inciso da Procaccini nel 1593, quello dipinto nella chiesa milanese di Santa Maria presso San Celso, la Madonna col Bambino e i santi Francesco e Chiara nella Collegiata di Busseto e, soprattutto, il Perdono di Assisi, bella tela conservata in Santa Maria di Campagna a Piacenza. Qui la figura principale è molto vicina, e condivide con l’opera di Bienate perfino il forte gioco di luce e ombra creato sulla veste del Santo dal braccio sollevato. Quest’ultima opera venne eseguita nel 1610-1611 circa e ciò potrebbe fornire un’indicazione cronologica utile anche per il dipinto di Bienate. Non c’è comunque ragione di escludere a priori che il dipinto oggi a Bienate sia stato eseguito fin dall’ori­gine per questa sede. Nei primi decenni del XVII secolo soggiornava infatti in paese una persona come Gerolama Sansoni Della Croce, presso la cui abi­tazione era stato realizzato un Oratorio dedicato proprio a San Francesco d’Assisi (eretto in beneficio presso la parrocchia dalla stessa nobildonna con lascito del 1618). Ciò potrebbe forse spiegare l’arrivo di un’opera di questo livello, commissionata ad uno dei pittori che godevano di maggior fama a Milano nel primo quarto del Seicento.

Analisi dipinti di Federico Cavalieri; Magnago e Bienate, due paesi una storia. Pro Loco, Magnago, 2000.