Da sempre sono affezionato alla figura dell’apostolo Tommaso, ho un debole per lui, forse perché mi riconosco molto in lui e lo sento vicino alla mia esperienza di fede.
Tommaso, uno dei 12 apostoli, è diventato famoso per aver dubitato della Risurrezione di Gesù per poi riconoscerlo come Signore della sua vita.
È curioso che sia stato soprannominato “Didimo” che significa gemello, ma gemello di chi?
Forse proprio di tutti noi, che come lui facciamo fatica a riconoscere il Signore e abbiamo bisogno di dati “oggettivi“ per Credere.
È significativo che oggi, nella seconda domenica di Pasqua, la Chiesa ci proponga la lettura del Vangelo di Giovanni (20, 19-31), affinché possiamo chiederci se la Risurrezione di Cristo, come per Tommaso, abbia in qualche modo trasformato la nostra vita o sia scivolata via come molte delle cose che viviamo.
A tal proposito voglio proporvi alcuni stralci di un articolo apparso qualche anno fa sull’Osservatore Romano con la firma di Francesco Pesce che può aiutarci a capire ciò che oggi è nuovamente accaduto con la Pasqua di Gesù.
“I discepoli erano chiusi nel Cenacolo per paura dei Giudei e per paura di sé stessi.
La paura paralizza la vita. Anche oggi un Cenacolo chiuso, dorato e sbarrato al dolore del mondo, paralizza la Chiesa e diventa comodo rifugio per uomini timorosi, con poca fede e molti interessi da difendere.
Gesù però viene lo stesso. Irrompe senza chiedere il permesso dove c’è chiusura, diffidenza, disperazione. Non viene per giudicare o rimproverare, non viene mantenendo le distanze, ma «stette in mezzo». In mezzo è luogo del Risorto, lo stesso luogo dove Gesù aveva sempre messo i bambini, i poveri, i malati, quelli che voleva mettere al centro del Suo Amore e della nostra vita. In mezzo è anche il luogo dove tutti lo possono vedere da vicino e non ci sono primi posti. Il risorto dice: «Pace a voi». Non è una promessa, ma un dono. Non è una fatica da compiere, ma una Grazia da accogliere che ti cambia dentro e ti ribalta la pietra del cuore. Sappiamo bene che a volte anche il nostro cuore è chiuso, sbarrato alla Grazia, ma Gesù Risorto torna ancora otto giorni dopo, e ogni giorno ritornerà.
Dona anche lo spirito: «Soffiò e disse loro: ricevete lo Spirito Santo». Come sugli Apostoli la sera di quel giorno, il primo della settimana, così anche oggi, su ognuno di noi irrompe lo Spirito.
Non dimentichiamo mai che la fede, non è nata dal ricordo di Gesù, ma dalla Sua Presenza di Risorto; la Chiesa vive della Sua Presenza protesa verso l’incontro definitivo e non vive di nostalgici e ridicoli sguardi indietro. Il Risorto è presente in una Chiesa dove c’è posto per tutti, anche per la debole fede di Tommaso che non nasconde i suoi dubbi, perché nessuno lo giudica, ma tutti lo accompagnano nel suo cammino. Che bella una comunità dove ci si sostiene a vicenda, si portano i pesi gli uni degli altri e dove nessuno si sente escluso. Tommaso si arrende all’amore del Risorto, un amore concreto e quotidiano come testimoniano le Sue ferite. Toccare le ferite del Risorto. Toccare le ferite gli uni degli altri è la nostra Vera vocazione, la vocazione della Chiesa.
Che bella la Chiesa come casa che accoglie le ferite del mondo e le offre al Signore che le risana. Chiediamo al Signore Risorto di aiutarci a togliere di mezzo, dentro di noi, nella Chiesa, nel mondo, le prescrizioni che umiliano l’uomo e sono ostacolo alla misericordia. Usciamo dalle nostre sicurezze, per scrivere la nostra parte “in questo libro” di misericordia, per scoprire che c’è ancora tanto Amore da ricevere e da dare.
(Francesco Pesce, Osservatore Romano 14 aprile 2020)
