Mi accompagna in questi giorni la bellissima parola “custodire“: parola che ci capita spesso di ritrovare nelle sacre scritture e a cui mi accorgo di non attribuire il giusto significato che ho scoperto essere estremamente profondo e rilevante. La ritroviamo nella lettura di Genesi («Dio pose l’uomo nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse») o in altri testi che ci capita sovente di rileggere o ascoltare («Sono forse io il custode di mio fratello?» / «Il Signore ti custodisca e faccia risplendere su di te il suo volto» / «Maria custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore»). C’è poi, per molti di noi, la quotidiana invocazione che rivolgiamo all’Angelo, chiedendo la sua protezione: in essa lo chiamiamo nostro custode, senza mai domandarci il senso di questo appellativo e le sue implicazioni. Ma cosa significa custodire? Il dizionario riporta diverse sfumature di significato: sorvegliare qualcosa con attenzione in modo che non subisca danni; avere cura, accudire; preservare dai pericoli, proteggere, conservare. Tutte queste sfumature sono unite da un unico filo conduttore: custodire qualcosa o qualcuno significa in primo luogo avere la consapevolezza che quel qualcosa è importante, che ha un valore e che merita perciò tutta la nostra cura, attenzione e protezione. L’atteggiamento del custodire è rivolto sempre a ciò che è prezioso e che dunque è degno del tempo e della fatica che gli dedichiamo per proteggerlo. Il custode veglia, vigila, perché sa che le cose preziose sono esposte al pericolo e non sottovaluta i rischi. Custodire implica assumersi una responsabilità: quanto più ciò che si custodisce ha valore, tanto più sarà necessaria una cura attenta, anche a costo di qualche sacrificio personale. Ma essere custodi di qualcosa e soprattutto di qualcuno implica anche riconoscere una distanza di rispetto tra sé e l’oggetto. L’atteggiamento del custodire implica in questo senso riconoscere che niente ci appartiene fino in fondo, ma che tutto è affidato piuttosto alle nostre cure. La parola “custodire” ha fatto affiorare in me qualche domanda: quali sono le cose e le persone che oggi siamo disposti davvero a custodire? A cosa riconosciamo valore? Per cosa siamo disposti a regalare il tempo, l’attenzione e la cura che le cose preziose richiedono? Credo che il verbo custodire dovrebbe ritrovare spazio in primo luogo all’interno del vocabolario familiare, per ricordarci che la famiglia è il luogo delle nostre relazioni più preziose e che dunque il primo compito in una famiglia è quello di custodirci l’uno con l’altro. Custodire è un verbo attivo, di decisione personale; non è essenziale che l’altro ricambi le mie cure, è sufficiente che sia io a riconoscere il suo valore per me. Dobbiamo custodire tutte le relazioni che formano il tessuto vivente della nostra vita. Ma questo non basta: coltivare e sviluppare in noi l’attitudine a custodire ci insegna la necessità di estenderla il più possibile al di là della stretta cerchia dei nostri cari, persino alla nostra Comunità Pastorale che è luogo privilegiato di Incontro e Testimonianza. Ci aiuterà certamente in questo la consapevolezza di essere a nostra volta personalmente “custoditi” da Colui che ci ha creati e dall’Angelo a cui ci affidiamo ogni mattina.
(Tratto da “Rubriche di Avvenire” M. Ceriotti Migliarese 2 luglio 2020)
