Fatti per l’Eternità…

Come ogni anno il passaggio tra ottobre e novembre è segnato dal susseguirsi della festa di Ognissanti e della Commemorazione dei defunti. Quest’ultima ci costringe a fare i conti con il grande tema della morte. È vero, la speranza cristiana ci assicura che nessuna vita è perduta, che dopo la morte ogni persona che abbiamo amato è nelle mani di Dio, ma il distacco è doloroso e a volte crudele. La prima vera chiave di lettura consiste nel ricordarci che questa giornata è preceduta dalla festa di tutti i santi. Tutti i santi e tutti i morti: due giornate profondamente connesse, perché possiamo affrontare il tema della morte soltanto se abbiamo chiaro qual è il nostro destino, ossia la meta verso la quale stiamo andando. Il Primo novembre è la Festa dei Santi e il giorno seguente, non a caso, quella dei Morti. Santi e Morti, cielo e terra e noi in mezzo a chiederci quale sia il nostro destino. L’eterna vita o l’eterno niente? Morti e Santi sono associati, perché sono i due punti di vista sulla morte: il tempo e l’eterno. La paura di fronte a “Sorella Morte” come la chiamava S. Francesco è certamente dettata dall’ignoto, dal non sapere cosa ci sia al di là della “porta”, e questo crea un certo disagio.

«Aver paura non vuol dire non aver fede. Morire è dolore, il nostro corpo non lo accetta e lotta. L’anima ha paura, perché non vede cosa ci attende e con dispiacere sa cosa lascia. L’ indifferenza della società delle emozioni ci martella sul nulla senza speranza a cui bisogna non pensare per non rassegnarci. I giovani sono quelli che reagiscono con le maniere più forti davanti alla morte, hanno bisogno di gesti, di fare qualcosa, di simboli per rendere meno doloroso il momento. Ai funerali di un amico lanciano palloncini, vestono di bianco, suonano le canzoni preferite, tentano di raccontare il mito dell’eroe che ha lottato contro il suo dolore. Sono metodi per rendere la morte meno terribile, sola, oscura. Per superarla da destra e riprendere la corsa della vita girando pagina, diminuendo il dolore più in fretta possibile, pensando ad altro, al nuovo, al futuro in arrivo seppur con un compagno di meno a fianco. E poi c’è la Chiesa. E il suo riproporre la notizia della Pasqua. L’insistere sul quel giorno fissato nel tempo in cui “una persona”, una volta è successo nella storia, è tornata indietro. Tornata per dirci come dopo ci sia altro. Tornata per dirci come la vita abbia ancora più valore perché chiave per entrare in qualcosa di molto più grande. Questo cambia anche il modo in cui diciamo di credere in Dio. Credere non è una possibile speranza di avere qualche probabilità in nostra attesa. Credere è ritenere vero cosa i Vangeli ci raccontano, riportando le testimonianze di chi ha visto quel giorno unico e incredibile. In secondo luogo, non nascondiamocelo, temiamo il “peso” delle nostre azioni, perché comunque alla fin fine siamo tutti credenti in fondo al cuore, e sul finir della vita ci domandiamo come abbiamo vissuto. Questa esperienza, porta a pregare per chi ci ha preceduti, quasi a volerli ancora aiutare e proteggere, oltre che chiedere di essere aiutati e protetti. Una cosa è certa: la morte noi la leggiamo alla luce della risurrezione di Gesù. Questa è la nostra forza e la nostra serenità. Lui ci ha aperto la Via che conduce con Verità alla Vita. Gesù stesso ci ha ricordato che siamo fatti per l’eternità: mille anni nostri sono come un giorno solo innanzi a Dio e questo tempo della vita così breve, passeggero, non ha senso se non è proiettato verso un’esperienza più vera, come Gesù stesso ci ha ricordato: “Chiunque vede il Figlio e crede in lui ha la vita eterna”».

(Dalla Riflessione di don Diego Goso, “Avere Paura non significa non aver Fede”, Avvenire, 30/10/2024)