Dentro la Gioia dell’Incontro
Siamo nel tempo di Avvento, per definizione tempo di attesa, e subito mi vengono alla mente due domande. La prima: che cosa attendiamo? O meglio “chi” attendiamo, perché l’avvento è un cammino incontro a Gesù, ma aspettiamo davvero Gesù? Il Natale che ci prepariamo a vivere è ancora il Natale di Gesù o è un giorno in cui si faranno mille altre cose che in fondo centrano ben poco con Lui? II rischio di vivere il Natale senza Gesù è grande e fare festa senza il festeggiato è davvero triste! Il tempo di avvento è dunque tempo per preparare il cuore ad un incontro vero e profondo con Gesù. La seconda domanda: sappiamo ancora attendere? Può sembrare una domanda strana, ma più che mai opportuna. Il tempo che viviamo è un tempo di impazienza, è un tempo in cui si bruciano le tappe, si cercano risultati immediati, è tempo in cui si vuole e si può spesso ottenere tutto e subito. Attendere, ci sembra ogni volta una perdita di tempo. Ci sentiamo quasi derubati del nostro tempo. Addirittura tante volte ci sembra troppo il tempo necessario al nostro computer o al nostro smartphone per elaborare i dati, eppure il tutto avviene al massimo nel giro di 10 secondi! Si vuole sempre ottenere subito ciò che si desidera. Cercando la definizione data dal vocabolario leggo…. Attendere: «Essere con la mente e con l’animo rivolti a persona che deve arrivare o a cosa che deve accadere». Una cosa è attendere; altra cosa, ben diversa, è il saper attendere. Se ci pensiamo bene, tutta la nostra vita si snoda come un passaggio da un’attesa all’altra. Da bambini aspettiamo di crescere, di diventare grandi. Da adolescenti, aspettiamo l’esito di un compito in classe; la conferma di amici e insegnanti su di noi; attestati di stima dalle persone che ci circondano; da giovani, aspettiamo che arrivino i grandi momenti delle scelte della vita: lo studio, la persona con cui costruire insieme un progetto di vita. Da adulti aspettiamo …. Cosa aspettiamo da adulti? Se siamo al lavoro, aspettiamo una gratificazione e cioè che il nostro lavoro sia riconosciuto e apprezzato; ancora, aspettiamo di rientrare a casa dove risiedono i nostri affetti, aspettiamo il periodo delle ferie per poterci riposare, aspettiamo di ricevere una visita dalle persone che amiamo. Se tutta la vita non è che un passare di attesa in attesa, pensiamo a quanto sia terribile che non ci sia più niente da attendere; il non aver più nessuno da attendere o che nessuno più aspetti noi; il non attendersi più nulla dalla vita è spesso un sentimento che abita il cuore di tante persone anziane per la solitudine in cui ad un certo punto si vengono a trovare.
II tempo di avvento, dunque, è anche tempo per coltivare la virtù dell’attesa, virtù possibile da coltivare anche attraverso un cammino di purificazione da tante cose, spesso superflue, che riempiono la nostra vita, per rendere più vero il nostro desiderio di incontrare Gesù.
«La parola attesa, dal latino “adtendere“, “tendere verso” indica uno stato psicologico ed emotivo di chi è proiettato verso un avvenimento che sta per realizzarsi, come può essere l’incontro con una persona, l’incontro tra l’amato e l’amata, la visita di un luogo particolare, una difficile prova da affrontare, un obiettivo da raggiungere, con tutta la carica di ansia o di impazienza che esso comporta. La maggior parte di noi associa, però, l’attesa ad un quasi “non tempo“, che scorre inutilmente in modo passivo, indipendentemente dalla nostra volontà, verso la cosa che si aspetta. Spesso, invece, è proprio la qualità di questa attesa a dare differente significato e impatto all’evento che si sta realizzando. Si pensi alla bellezza del tempo di 9 mesi nel quale la mamma e il papà, certo fisicamente coinvolti in maniera diversa, ma con pari tensione emotiva, si preparano alla nascita di un figlio, col vivo desiderio di conoscere e incontrare il frutto del loro amore. Oppure all’agricoltore che con pazienza e costanza, prendendosene cura, attende che la pianta porti il frutto desiderato.
La famosa parabola delle vergini stolte e sagge presentataci da Gesù nel Vangelo di Matteo, ci offre due diversi modelli di attesa: quella delle vergini sagge, che insieme alle lampade presero anche con sé l’olio e quella delle vergini stolte, che presero solo le lampade senza olio. Le prime sono segno di un’attesa significativa, vigilante, previdente, di chi conosce e veglia con consapevolezza, le seconde, invece, sono segno di un “non-tempo” vuoto, senza valore e significato. La loro imprudenza e imprevidenza le pone fuori dalla gioia dell’incontro! Imparare ad attendere, dunque, vuol dire concentrarsi sulla meta, prendere pienamente in mano la propria vita e darle valore, sapendo che c’è un motivo profondo, che può dare senso non solo all’attesa, ma a tutto il percorso. Il grande Sant’Agostino, riflettendo sul senso del tempo, ci ha lasciato una pagina stupenda proprio su questo tema: “Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non li vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l’attesa” (Confessioni XI, 20, 26).»
(don Luciano Labanca, “Temi dell’Avvento” Caritas Veritatis)
