«Ecco, io sto davanti a te, là sulla roccia» (Es 17,6)

«Tu sei come roccia di fedeltà: se noi vacilliamo, ci sosterrai, perché tu saldezza sarai per noi. Certo non cadrà questa tenace rupe!»: è la prima strofa del canto che noi del Coro delle 8:30 abbiamo imparato negli scorsi mesi.

Queste parole mi sono tornate in mente mentre riflettevo sull’episodio biblico in cui Mosè fa sgorgare l’acqua dalla roccia. È una delle scene che i primi cristiani commissionavano per i loro cubicoli nelle catacombe o per i loro sarcofagi: volevano raffigurare la profondità della loro fede, prediligendo le immagini capaci di evocare la salvezza e la protezione divina.

La foto d’esempio è un particolare del sarcofago del IV secolo che si trova nella chiesa di S. Celso a Milano, ora usato come altare laterale. Vediamo Mosè, con in mano il cartiglio, cioè la parola di Dio, che ha colpito col bastone la roccia da cui zampilla l’acqua con la quale due persone, che rappresentano il popolo, si dissetano. Nel libro dell’Esodo (17,1-7), si racconta che durante il lungo viaggio degli Israeliti dall’Egitto verso la loro patria, si accamparono a Refidim, un’oasi situata nel deserto del Sin, nel sud della penisola del Sinai. La Bibbia narra che il popolo sollevò delle mormorazioni contro Mosé perché non c’era acqua. Il verbo “mormorare” esprime l’opposizione aspra e insistente nei confronti di Dio e del suo operato, con la presunzione di voler indicare a Dio cosa deve fare. È un termine che ricorre spesso nel racconto del cammino d’Israele nel deserto.

Mosè, quindi, chiese aiuto al Signore, il quale gli disse di scegliere alcuni anziani, di prendere il bastone con il quale aveva diviso il Mar Rosso e di colpire la roccia sull’Oreb così ne sarebbe scaturita acqua che il popolo avrebbe poi bevuto. Mosè chiamò quel luogo Massa e Meriba. Massa significa prova o tentazione: la mancanza d’acqua mette a dura prova la fiducia nella provvidenza del Signore. Meriba deriva dalla parola ebraica rib, che significa discutere o contendere: è un termine utilizzato per indicare le cause giudiziarie e spesso impiegato dai profeti per denunciare l’infedeltà degli israeliti nei confronti del Signore durante il cammino nel deserto. Qui indica che il popolo arrivò persino a dubitare della vicinanza di Dio, chiedendosi: «Il Signore è in mezzo a noi o no?» (Es 17,7).

Possiamo riflettere su questo episodio leggendo le parole di Giovanni Paolo II dell’Udienza Generale del 3 dicembre 2003:

«Dio trasforma la roccia in una sorgente d’acqua, che diventa un lago: alla base di questo prodigio c’è la sua premura paterna nei confronti del popolo.
Il gesto acquista, allora, un significato simbolico: è il segno dell’amore salvifico del Signore che sostiene e rigenera l’umanità mentre avanza nel deserto della storia».