La speranza della vita eterna

Secondo il Cardinale Ravasi, la vita eterna non è una mera estensione temporale dopo la morte, ma una qualità di vita, un “salto” che inizia nel presente attraverso la relazione con Dio. Essa consiste nel conoscere e amare Dio, un’esperienza che trasforma il tempo in eterno, una comunione che offre una vita beata. A Sant’Agostino chiedevano “Che cos’è il tempo?” e lui replicava “Se nessuno me lo domanda, lo so. Se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so più!». Illuminante è al riguardo la distinzione greca tra chrónos, che è il tempo ‘cronologico’ esterno a noi, e kairós, cioè il tempo esistenziale, personale, colmo di eventi, emozioni e pensieri. Il tempo è stato definito “quel vile avversario”, per definire il nostro essere sia materiale che interiore; è stato definito da J.L. Borges “la sostanza di cui siamo fatti: è un fiume che trascina, ma ognuno è quel fiume; è la tigre che sbrana, ma ciascuno è quella tigre; è il fuoco che divora, ma ognuno è quel fuoco”. Il tempo è fiume, tigre e fuoco, ma non è un nemico esterno a me, è in me, nel mio intimo, nel mio essere creatura fragile e finita. Gramsci nelle Lettere dal carcere lo definiva «un semplice pseudonimo della vita»; è l’essenza dell’esistenza, è qualcosa di noi che dovrebbe toglierci di dosso la superficialità, le meschinità e farci pensare più spesso alle parole di Cristo: «Tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate». La Bibbia ha una sua teologia ben strutturata riguardo al tempo: il punto di partenza e di arrivo è Dio che non rimane relegato nei cieli luminosi dell’infinito e dell’eterno, ma decide di incamminarsi per le strade polverose della storia umana e dello spazio terreno. Emblematica è la frase “il Verbo, era “in principio”, era “presso Dio”, anzi “era Dio”, che si intreccia intimamente con la «carne», la fragilità, il limite temporale e spaziale dell’umanità. In questa luce, tempo ed eterno si annodano tra loro, pur essendo così differenti tra loro. Noi viviamo abitualmente e quotidianamente nella prospettiva del tempo che scorre e sentiamo remota la pienezza dell’eternità. Gesù ricorrerà al simbolo del seme di senape che è piccolo e sepolto dalla terra e che deve vivere una lunga avventura prima di crescere in albero frondoso, affinché si colga che il Regno di Dio è già «in mezzo a noi». Se ci poniamo dall’angolo di visuale di Dio, cioè l’Eternità, tutto è condensato in un evento unico e compiuto: c’è la pienezza di quel seme, c’è la meta di quell’attesa, ci sono già la salvezza e il giudizio, la morte e la risurrezione. Gesù dichiara a Nicodemo: «Chiunque crede nel Figlio dell’uomo ha già la vita eterna». Con l’incarnazione si ha un’unione intima tra due realtà antitetiche, il tempo e l’eterno. Già nell’Antico Testamento, i profeti d’Israele con le rivelazioni divine avevano preparato l’ingresso di Cristo nel mondo rendendo tempo e spazio irradiati di eterno ossia di speranza nella salvezza. È questo il senso della risurrezione di Cristo che è anche la certezza delle “nostre risurrezioni”: quella dell’affidarsi a Dio, qui e ora, per sempre “Alzare lo sguardo al Risorto, è la speranza nella vita eterna”. Ripete più volte Papa Francesco che inoltre invita a chiedere al Padre “che la potenza della risurrezione di Gesù rotoli via i massi che ci opprimono l’anima, nella certezza che sul fondo oscuro delle nostre attese e delle nostre morti è già presente la vita eterna portata da Cristo”.