Alla fine di luglio del 1941 fugge un prigioniero dal campo di concentramento di Auschwitz. I nazisti decidono di procedere con la decimazione: per un prigioniero fuggito, altri dieci dovranno morire di fame in un bunker. Scelgono i prigionieri, ma uno di loro chiede disperatamente di essere risparmiato avendo moglie e figli.
Il prigioniero numero 16670 si fa avanti e si offre al suo posto: inaspettatamente la richiesta viene accettata.
Si tratta di padre Massimiliano Kolbe, un sacerdote e frate francescano minore conventuale nato nel 1894, entrato nel seminario di Leopoli nel 1907, ordinato sacerdote nel 1918 a Roma. Giunto nel campo a maggio dello stesso anno, da subito si era adoperato per aiutare gli altri a pregare e a perdonare, assolvendo i peccatori e infondendo speranza.
Nel bunker assiste spiritualmente gli altri nove compagni aiutandoli a non cedere alla rabbia e alla disperazione: recita preghiere e canta inni sacri imitato dagli altri condannati. Le guardie sono contrariate, perché anche gli altri prigionieri, udendoli, partecipano al canto. Dopo due settimane, sono ancora vivi in quattro, tra i quali padre Massimiliano, ma il bunker deve essere sgomberato quindi il 14 agosto vengono uccisi mediante iniezione di acido fenico.
È stato beatificato il 17 ottobre 1971 da papa Paolo VI e canonizzato il 10 ottobre 1982 da papa Giovanni Paolo. Viene ricordato il 17 agosto nel rito ambrosiano e il 14 agosto nel rito romano. Uno dei tratti essenziali della sua esperienza spirituale è la venerazione di Maria, poiché grazie a lei il Figlio di Dio si è incarnato rendendo possibile la nostra salvezza e la vita eterna. Il suo impegno pastorale contempla anche la diffusione nel mondo della devozione alla Madonna.
Nell’icona presente in questo articolo, dipinta da Ivan Polverari, sono raffigurati alcuni degli elementi più significativi di San Massimiliano: l’abito nero dei frati minori conventuali con la cintura di corda, il rosario tra le mani e in alto la corona del martirio. Il lager è evocato dall’abito a righe che sbuca dalla tunica.
Nell’icona il santo appare nella luce divina, con il volto trasfigurato, ma anche somigliante, poiché il suo volto è noto, affinché sia riconoscibile da chi si accosterà all’icona per pregare. La difficoltà del dipingere un’icona di un santo dal volto conosciuto consiste nel trovare un equilibrio tra trascendenza e somiglianza. Uno dei dilemmi riguarda la scelta di dipingere o meno gli occhiali: nel regno di Dio, dove non esistono imperfezioni, san Massimiliano non ne avrebbe più bisogno. Però gli occhiali tondi aiutano a riconoscere san Massimiliano perché nelle sue foto appaiono sempre: il pittore d’icone sceglie quindi di raffigurarli, ma in modo discreto, per non risultare troppo evidenti. Si narra che aveva l’abitudine di lasciare ai piedi della statua dell’Immacolata gli occhiali e l’orologio: «Gli occhiali sono simbolo dei miei occhi, l’orologio del mio tempo: questi e quello ho consacrato totalmente a lei».
