I spušalizi d’una ölta

di Antonio

I matrimoni dei nostri nonni

I matrimoni di una volta erano caratterizzati da tradizioni più radicate: abiti da sposa cuciti da un’amica, feste in casa (prima che la diffusione dei ristoranti diventasse la norma) con banchetti preparati dalle famiglie; si allestiva una grande tavolata a casa dello sposo e i piatti erano preparati anche con l’aiuto di qualche vicino che si occupava di cucinare per tutti, poi danze tradizionali e doni con un forte accento sulla preparazione del corredo, e una maggiore semplicità nei preparativi, ma intensità nella partecipazione.

Ma come ci si conosceva?

All’uscita dalla chiesa, a maggio, dopo la recita del rosario serale; le feste patronali con i baracuni; la domenica al cinema da l’uratóri; i giri pomeridiani in bicicletta, i ritrovi nelle piazze oppure passeggiando avanti e indietro con noncuranza, ma sbirciandosi, da nascundóun. Poi, un poco alla volta, si mangiava un gelato assieme, si passeggiava l’uno accanto all’altra mano nella mano, alla luce del sole. Si arrivava a fåghi dumànda, al fidanzamento ufficiale. Di sera (ai tempi solo il giovedì e il sabato) il giovane si recava a casa della murùša e, con lei, passava qualche ora in lieta compagnia, però sotto lo sguardo vigile della madre, che in un angolo lavorava a maglia, pronta a dare un colpo di tosse, appena credeva di vedere, fra di loro, un gesto troppo affettuoso. A volte le famiglie si avvalevano dul sensål, persona chiamata anche ul cinq e méz, che aveva contribuito a far sì che i due giovani si conoscessero, e al quale era d’obbligo regalare la camicia di seta!

Agli inizi del ’900 ci si sposava solo se la mamma dello sposo era d’accordo e solo allora lo sposo poteva andare a chiedere la mano della sposa, insieme con la sua famiglia, per discutere della dote che i genitori dello sposo e della sposa davano alla nuova famiglia che si stava per creare. La donna nei tempi passati non aveva nessuno dei diritti dei quali oggi gode e, se era nubile, doveva accettare l’uomo che le era stato destinato. La dóta era un bagaglio doveroso e dovuto per la sposa: non averla era per una donna un ostacolo nel trovare un marito. Erano le madri, le nonne che sceglievano con cura la biancheria. Una cassapanca conteneva la biancheria per la casa e il corredo personale, finemente decorati e impreziositi dai ricami con le iniziali della sposa, eseguiti dalla futura sposa aiutata dalle donne di casa. Trascorso un certo periodo si andava al Consenso, s’andéa a la Gésa, per la dovuta preparazione e per le pubblicazioni religiose e civili.

Poi veniva fissata la data del matrimonio. Il corteo nuziale andava a prendere la sposa a casa sua: la sposa davanti, a piedi al braccio del padre che la conduceva alla chiesa; a seguire i parenti della sposa e dietro i parenti dello sposo. Arrivava sul sagrato, dove, l’attendeva ul spúš, attorniato dalla sua famiglia.

Fra chiacchere, sonore risate, le inevitabili bevute e il taglio della torta, si arrivava alla fine, tutti felici e soddisfatti. A malincuore ci si alzava, baci e abbracci, e alla spicciolata ci si avviava all’uscita, senza scordarsi di rinnovare gli auguri ai spušìti. Prima di uscire, gió da bås, per gli uomini era d’obbligo soffermarsi al banco dul Cìrcul per chiudere in bellezza con l’ennesimo bicchiere di vino. Accompagnati dai parenti più stretti, gli sposi si avviavano verso la nuova “casa”, che solitamente era solo di uno o due locali, cucina e stanza, ricavati da un granaio o un portico dismessi, nello stesso grande cortile.

Nel passato, il matrimonio non prevedeva la luna di miele, ma si faceva il giro di nozze, ossia, i spušiti partivano per un giro dai parenti che non erano stati presenti alla cerimonia. Altri invece, si recavano in un Santuario e lì ponevano il bouquet della sposa come ringraziamento. I matrimoni con il passare del tempo sono cambiati, ma la voglia di unirsi e di portare avanti un percorso di vita comune è sempre viva, basta solo trovare la persona giusta.