Dal Catechismo della Chiesa Cattolica: “L’Invidia consiste nella tristezza che si prova davanti ai beni altrui e nel desiderio smodato di appropriarsene”.
L’etimologia del termine: in = particella avversativa; video = sguardo ➜ Guardare in modo ostile. Le parole del Papa: “L’invidioso è colui che non vede alcun colore, perché la realtà gli sta stretta, la deforma, la capovolge, infine la nega”. L’Invidia è il vizio del tormento, è una gioia maligna, è una relazione avvelenata, è la passione di appropriarsi dell’essere dell’altro, di un dono o di un bene in possesso dell’altro, è l’incapacità di attingere da chi è migliore. Piuttosto che emulare nel bene ed elogiare, si preferisce tenere a distanza quell’esempio virtuoso di fratello o sorella, anche con molta malignità. Infatti chi tratta abitualmente con questo vizio, lo pratica sia con gli occhi, pungendo con lo sguardo chi ritiene stare meglio di sé, sia con la parola, denigrando e diffondendo menzogna. L’invidioso guarda il prossimo non con la dignità di fratello o sorella, ma con la qualifica del rivale. Dio non è avaro, dispensa bene, bellezza, talento, dignità e unicità in ciascuno; Egli vuole la nostra gioia e che sia gioia piena.
Dal libro dei Proverbi (14-30): “L’Invidia è la carie delle ossa”. È un vizio che erode, lascia abbandonati al nulla perché, al contrario degli altri vizi che sostanzialmente lasciano un piacere seppur frivolo e momentaneo, l’invidia lascia solo una profonda tristezza. Il Papa prega: “Madre, liberaci dall’invidia, che siamo fratelli tutti, che ci vogliamo bene”, “L’invidia è quel vizio giallo, brutto, che rovina davvero”. L’ astio, il rancore, il desiderio distruttivo costante verso il prossimo opacizza e rattrista l’anima e anche l’aspetto esteriore.
La nostra società è caratterizzata anche dall’istituzionalizzazione della tristezza: nelle persone sorge l’invidia perché le relazioni interpersonali sono sempre più spesso basate sulla logica del successo, della competizione e della sopraffazione; nelle persone sorge l’invidia perché sono colte dal senso di fragilità o inferiorità, si sentono sempre mancanti di qualcosa, in una tabella di marcia frenetica, sentono di avere ogniqualvolta un nuovo vuoto da colmare. Tutto concorre al depotenziamento dell’umanità e allo scadimento dell’immagine di Dio che è gioia, vicinanza, compassione e tenerezza. Essendo a sua immagine, tutto ciò sarebbe anche la nostra essenza, che invece trascuriamo.
Come se ne esce dal “vizio del serpente”? Innanzitutto con la preghiera. Chiedo a Gesù di incontrarlo negli altri; di porre attenzione al bello e al bene degli altri rallegrandomi, agevolandolo e seguendolo come esempio; chiedo di provare a donare a tal punto di permettere all’altro di essere “il Primo”. Provo a trasformare l’invidia in un campanello, in una sveglia. Essere attratto da un bene altrui potrebbe essere l’invito a guardarmi dentro e a ricercare qualcosa di buono in me, per ambire a raggiungere un obiettivo. Guardare ai doni originali che si hanno dentro di sé permette di riconoscere le proprie fragilità, da affidare a Dio, e ai propri talenti, per cui ringraziare Dio. Guardare al bene dentro di sé significa gioire di ciò che Dio ci ha donato e scegliere di percorrere una strada personale e originale di crescita, senza ambire ad essere il clone di qualcun altro. Diamoci la possibilità creativa per relazioni interpersonali caratterizzate dal segno di Gesù e l’opportunità di imparare “l’ecologia” dello sguardo.
