L’ira. Tutta questione di risposte!

Dall’Avvento al Battesimo di Gesù siamo abbracciati in modo più intenso dalla Grazia di Dio. Nel Santo Natale rinnoviamo la gioia della speranza; nel Battesimo di Gesù, l’impegno di amare Dio e il prossimo; nel primo giorno dell’anno la preghiera per la Pace, con l’apertura della porta Santa, l’apertura del nostro cuore a Dio, attraverso Gesù.

Dio entra e si fa vicino laddove quotidianamente siamo, ma nel bagaglio dell’esperienza umana spesso non ce ne accorgiamo e siamo invece piuttosto sensibili a situazioni con cui veniamo abitualmente a contatto e in cui, per varie ragioni, esterniamo ed ha il sopravvento la rabbia. Essa nasce dal dolore nel veder calpestata la nostra persona o tradita la nostra fiducia. Ci si sente ribollire dal desiderio di ristabilire qualcosa che si ritiene sbagliato o di riparare ad un torto subìto.

La prima domanda è come reagire a questa situazione che purtroppo può provocare spesso una reazione sproporzionata contro chi si percepisce come l’ingiusto. Dal breviario del Cardinal Ravasi. “L’ira dell’uomo eccellente dura un momento, quella dell’uomo mediocre due ore, quella dell’uomo volgare un giorno e una notte, quella del malvagio non cessa mai”. Questa gradazione è inversamente proporzionale alla grandezza di una persona. Tanto più alta è la nobiltà spirituale di un individuo tanto più breve è la sua ira. Al contrario chi è gretto, alimenta quel fuoco, seminando attorno a sé oscurità, distruzione e morte.

Il Cardinal Ravasi aggiunge una distinzione: collera e sdegno non sono del tutto sovrapponibili. La furia dell’ira che assalta l’altro è qualcosa di negativo; lo sdegno che denuncia il male e si schiera dalla parte della giustizia calpestata è una virtù.

C’è da una parte l’ira funesta incarnata da Caino che, istigato dall’invidia per Abele, desidera intenzionalmente far del male al fratello; dall’altra la rabbia positiva di Gesù, frutto di discernimento, con l’intento di riportare alla verità e alla giustizia o di proteggere un’amicizia. Lo sdegno esce per un giusto obiettivo, con una retta intenzione, attraverso una proporzionalità di azione e reazione; lo sdegno è l’espressione di un volto vero senza maschere artifici o accomodamenti.

San Giovanni Grisostomo sosteneva che non essere mai iracondi è anche un peccato; San Giovanni Paolo II, in una sua pubblica udienza, chiese con forza a tutti, in particolare ai giovani, un urlo di rabbia contro la mafia. Talvolta ci si arrabbia anche con Dio perché non ha esaudito le preghiere personali e ha disatteso un’aspettativa importante. L’ira la si riversa anche contro sé stessi perché, per esempio, non ci si sente all’altezza di affrontare una situazione o si prova vergogna nell’essere non conformi alla società, magari differenti, come Gesù, oppure non ci si perdona degli errori.

Allora come se ne esce? San Paolo dice di non fare tramontare il sole sulla propria ira ed è una linea di condotta a cui Papa Francesco spesso invita ovvero non coricarsi senza chiedere scusa, senza riconciliarsi, senza aver fatto un primo passo verso il vicendevole perdono, ricucendo quello strappo che allontana gli uni dagli altri. Il Papa ricorda di trovare in sé della tenerezza: chiedere a Dio quella mitezza che riporta al rispetto della dignità di sé e degli altri; chiedere a Dio di imparare ad amare anche i nemici ovvero provare a cambiare lo sguardo verso chi si disprezza o ha causato una ferita.

Dunque sarebbe bello imparare a spegnere la fiamma dell’ira; ad alimentare quella dello sdegno e del disgusto, a portare la luce della concordia e del dialogo. Tutto ciò si chiama: cultura alternativa della fratellanza.