Come si viveva tanti anni fa
Un tempo le case di corte erano un piccolo mondo che includeva anche la stalla con sopra il fienile, il portico e il letamaio. Poco più in là, l’orto. Intorno i campi a vigneto, a frumento, a granoturco. Se penso ai cortili di una volta, I cùrti d’ùna ölta, mi ricordo di cortili molto grandi, (come ul Stål Nöu) dove c’erano tutte le stalle delle famiglie che vi abitavano, nei cortili c’erano più famiglie; sul lato opposto alle stalle le abitazioni, i cosiddetti tripiàn (case su tre piani). Al piano terreno i locali cüšìna e un altro possibile locale, la cå da dré; al piano sopra le camere, i camarùni, dato che le famiglie erano numerose; e accanto degli spazi ricavati per i bugåti, i bachi da seta. Al terzo piano, ul spazacå, col soffitto più basso, c’erano ripostigli ed eventuali nuove stanze se la famiglia aumentava. In uno dei lati del cortile c’era una “apertura” per andare nell’orto.
Un altro “tipo” di corti erano“i cùrti a dré la via”. Questi cortili si trovavano lateralmente alla via; entrando in queste strade, su un lato i cå erano in fondo, a nord ed erano tutte allineate come se fossero una sola casa e davanti a sud, al sole, al sò, c’erano gli orti. Sul lato opposto della via le abitazioni erano a filo strada e gli orti erano all’interno del caseggiato. Spesso il “viale” per entrare nel cortile era ricoperto da tralci d’uva, la tópia da l’üga che, alla vendemmia si coglieva e si pigiava nel cortile, in una tinozza, con i piedi. Di fianco alle stalle c’era ul pòrtigu per il ricovero dei carri, gli aratri e gli attrezzi. Nella stalla a ghéa la våca, che forniva latte a tutta la famiglia e poi un asnéin per i lavori di “trasporto” col carretto; perché ul cavål era solo per i contadini più “ricchi”, poiché l’asino mangiava di tutto, anche la påia, mentre il cavallo andava nutrito con la biada. In un angolo, vicino alle stalle, c’era la rüdéra, dove veniva gettato il residuo delle stalle; il letame serviva poi a concimare la terra da coltivare. Sopra le stalle c’era la cašìna, rigonfia di fieno, che doveva servire tutto l’inverno per sfamare gli animali. Di fianco la legnaia, per alimentare il camino e la stüa ecunómica. In inverno si metteva nel letto ul quadrèl, il mattone refrattario che era stato scaldato vicino al fuoco dul caméin o nella stufa; infilato in un sacchetto di tela veniva messo in pé, in piedi, per scaldare il letto. Sui vetri delle camere in inverno si formavano “i fiùr sùi vèdar”, perché le camere erano fredde e il respiro delle persone ghiacciava sui vetri creando dei “disegni”. Il gabinetto, la letrìna, era fuori dalla casa, era uno solo e serviva per tutti gli abitanti del cortile. Per l’acqua alcuni cortili avevano il pozzo, ul pùzu, dal quale si fornivano; poi con l’avvento dell’acquedotto nelle corti arrivò l’acqua potabile. Ul rubinétu da l’åcqua era uno solo, era posto in cortile e serviva tutti.
In altre vie i caseggiati erano trasversali alla strada, sempre per avere gli orti rivolti al sò. Un esempio lo possiamo vedere in via Asilo, sul lato opposto al cinema parrocchiale.
