Più passa il tempo, più è difficile prendere la parola. Non solo perché molti la prendono, ma perché si percepisce la grandezza del momento. Quando muore un padre, accade di sperimentare proprio questo. Ci si accorge che non bastano le parole: o sono troppe e inutili o sono troppo poco per descrivere chi è stato. Così è per Papa Francesco. Tre pensieri, però, possono farsi largo, in estrema umiltà̀.
Il primo riguarda le immagini. Papa Francesco ha lasciato icone potenti: l’arrivo a Lampedusa nel 2013, la preghiera solitaria in una Piazza San Pietro deserta durante la pandemia, l’apertura della Porta Santa a Natale. Ma le ultime immagini, dopo il ritorno dall’ospedale, sono tra le più intense: la visita a Santa Maria Maggiore per affidarsi alla Vergine; l’incontro con i detenuti del Regina Coeli, a cui avrebbe voluto lavare i piedi, come era solito fare; la benedizione dalla Loggia di San Pietro, accompagnata da un sorriso gentile e dalle caramelle donate ai bambini. In quella stessa piazza aveva iniziato, dichiarando di venire «dai confini del mondo», ed è lì che ha idealmente concluso il suo viaggio terreno. Un cerchio che si chiude, ma che lascia un legame indelebile con il popolo.
Il secondo pensiero riguarda le grandi parole del suo pontificato.
La prima è cambiamento. A Firenze, nel 2015, disse: «Non viviamo un’epoca di cambiamento ma un cambiamento d’epoca». Lo aveva compreso con lo sguardo dei profeti, capace di leggere la storia alla luce di Dio. Non si è mai lasciato spaventare: «Il Signore è attivo e all’opera nel mondo». Vedeva nel cambiamento un’opportunità, un tempo favorevole, un kairos. «Dobbiamo avere il coraggio di una disponibilità a tutto tondo… La riforma della Chiesa è un’altra cosa», affermava, citando il Vangelo: «Lo scriba che diventa discepolo estrae cose nuove e cose antiche».
La seconda parola è processo. È il modo di abitare il cambiamento. Lui lo aveva imparato da sant’Ignazio di Loyola, nell’accompagnare gli Esercizi. Processo è il modo di abitare un viaggio senza anticipare la conclusione. È qualcosa la cui novità̀ non si scopre prima, ma dentro l’avventura del viaggio stesso.
La terza parola è misericordia. È il volto più autentico di Dio, la chiave per comprendere il suo pontificato. Francesco ci ha insegnato che Dio agisce con misericordia, aprendo strade nuove, rigenerando esistenze: dalla Cananea alla Samaritana, da Zaccheo a Lazzaro, sono storie di misericordia che trasformano.
La quarta parola è fraternità.
Una fraternità universale, che non è solo sentimento, ma fondamento antropologico e teologico. Siamo fratelli non per scelta, ma per vocazione. La fraternità è la risposta al mondo frammentato. «Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!» (Fratelli tutti, 8).
Il terzo pensiero è il giorno così particolare del suo ritorno a Dio: il Lunedì dell’Angelo. La Liturgia considera tutta la settimana come un unico giorno: la Pasqua. Il giorno della Vita che vince la morte. Nel suo ultimo messaggio «urbi et orbi» di Pasqua: «Cristo è risorto! In questo annuncio è racchiuso tutto il senso della nostra esistenza, che non è fatta per la morte, ma per la vita. La Pasqua è la festa della vita! Dio ci ha creati per la vita e vuole che l’umanità̀ risorga!».
Grazie, Papa Francesco, per i semi buoni del Vangelo che hai seminato nella Chiesa e nel mondo. Fioriranno, se avremo il coraggio di prendercene cura. Forse, davvero, siamo solo all’inizio.
